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Aiello celebra i 150 anni dell'Unità d'Italia


Il Quotidiano della Calabria del 17 marzo 2011


Qui di seguito, riceviamo e pubblichiamo un componimento di Franco Pedatella, 
scritto per i suoi alunni nell'ottobre scorso.



Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia
di Franco Pedatella


Si leva ai piè dell’Alpi un venticello
che brulicando invade Val Padana
e da Vesuvio ed Etna  risponde
un risonar di fronde tra le selve

che l’aere move e lanciasi sull’onda
e l’agita dall’uno all’altro mare
sí che risponde il Ligure e la sponda
che il piè umίdo fa di Serenissima.

L’inizial soffio ormai si fa tempesta
e il cuor raggiunge della bella Italia.
Questo di Scipio il gladio in man riprende,
rifacesi Repubblica Romana.

Movono i cuori con gli astati drappi
Dante, Machiavelli con Vittorio:
col patrio idioma l’un,l’altro col Prence
vedon  realizzato un popol solo,

che piace all’Astigiano cui il cuor freme
di patrio amor e tragico sentire,
che san di libertà come al Parini
piacque ed al cantor d’Itale Muse

cui spirto diȇr  le Vergini di Grecia
e il verso gli plasmâr d’avìto incanto.
D’Ugo io dico, che di libertà
soffiò nel cuore di Mazzini il seme

e questi a tanti giovani ‘l trasmise
sί che in fin giunse al cuor di Garibaldi,
che i Mille armò a smuovere il Borbone
dalle ridenti terre e al Sabaudo

un regno diè ch’era follia sperare.
Tessette il Conte tela al suo telaio
che adatta non sempr’era alle contrade
da secolar servaggio afflitte e prone

ma pur da laboriosità  baciate,
che fatto avea beate quelle genti.
D’acciaio industrie e lunghe ferrovie,
filar di seta e vigne al sol distese,

nettare oleoso d’uliveti,
tutto smontâro i frati piemontesi
e se ‘l portâro al piano nebuloso,
pure le forti man di schietti giunchi.
Tutti partîro e qui lasciâr le spose
primieramente e poi quelle seguîro
e si spostò così gran massa umana,
che si chiamò la grande emigrazione.

Per fronteggiar piemontesizzazione,
che vera e propria fu occupazione,
divenne il Bruzio terra di briganti,
iquai non sempre fûro delinquenti,

e Re Vittorio usò l’armi da guerra
e ciò addusse pure depressione.
E pure nelle casse della Stato
finì del Sud ogni provvisione.

Poi l’ignoranza e l’analfabetismo
vestiti di cattoliche bandiere
forza dïêr a oligarchie locali
di lupi borghesi e proprietarî.

Quindi non poco l’unificazione
pesò col sangue in capo al Meridione
che nel mercato n’ebbe solo danno
e pagò pure in sottomissione.

Di povertà seguirono decenni
che attanagliâro la popolazione
ad una condizione subalterna
che si chiamò meridional questione.

Eppure generosi avean donato
anche intelletti svegli alla nazione
quelli che sub Borbone eran vissuti
e per la libertà s’eran battuti.

Giovani vite avean sacrificato
Reggio e Messina, quando s’era scosso
il Meridione generosamente
per liberar dal giogo il proprio collo.

La storia scrive sempre il vincitore,
è legge questa quasi di natura,
però talvolta verità riaffiora
e la sua forza fassi dispensiera

di colpe e merti che in prescrizione
non van pe ‘l tribunale della storia,
ove scadenze non di giudizî
e verità finale è universale.


Ma quel ch’è fatto è cosa consacrata,
del Piave l’onda e il Carso l’han segnata,
fratelli si son detti i combattenti
quando il destin sfidavano in trincea

o i partigian battéano le boscaglie
facendo resistenza all’invasore
che sempre dalle mal vegliate Alpi
a noi veniva a pôr suo piè sul petto.

Tutte or bandiam le rivendicazioni,
siam tutti uniti a fare una nazione,
uguale nei diritti e nei doveri,
intesa a perseguir la sua missione

che assegnolle il Rinascimento,
Leonardo, Galileo e Buonarroti,
dai grandi principiando del Trecento,
finl’anime genial dell’Ottocento!

E qui tra l’altre s’alza dirompente
la voce d’Alessandro che ci vuole
liberi solo se saremo uni
sotto un vessillo sol che spira amore.

Eco le fan da luoghi assai lontani
un grido dal Vallone di Rovito,
un altro da Belfiore e dallo Spielberg
e l’urlo, poi, di Carlo Pisacane.

Gridan vendetta a chi voglia tradire
il sangue di Custoza e Solferino,
di San Martino e i giovani trafitti
nei campi di Repubblica Romana,

in sule mura della Veneziana,
sopra le barricate di Milano,
a Osoppo, a Curtatone e a Montanara,
a Goito, a Napoli e a Palermo;

e quelli che a Gerace fucilati
fûro perché avéano cospirato
avverso alla tirannide crudele,
perciò esemplar martirio lor fu dato.

Degli Italiani gridano alle orecchie
le rocce d’Aspromonte e Porta Pia,
Mentàn, Bezzecca, Lissa, ‘l Buon Consiglio
ed altre voci al patrio suol donate.


Attendono ancora con stupore
risposta alle richieste sacrosante
color che per le terre a lor promesse
da coltivare a Bronte s’immolâro.

Unione e libertà furon parole
che per contrade innùmeri echeggiâro
e fêr di bocche e petti un solo coro
ch’ora disaccordar sarìa nefando.

Uniti siam nel nome di Vittorio
Veneto e delle pugne del conflitto
che le contrade patrie insanguinâro
per por le basi all’attual Repubblica,

che per la  prima volta nella storia
uscì universalmente popolare
per volontà di quelli che soffrîro
e proclamâr con forza Italiana.

Corra ancor oggi questo nome santo
nelle attual region di bocca in bocca!
D’egualità fra tutti si sostanzi!
Vòlser così i Padri fondatori.

Cleto, 23 ottobre 2010

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