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L'emigrazione di Belmonte Calabro raccontata da Francesco Gallo

BELMONTE CALABRO - Dopo la pubblicazione dei volumi dedicati alla storia e all'emigrazione di Lago e di Aiello Calabro, questa volta l'autore Francesco Gallo, medico psichiatra calabrese che vive a Padova, membro dell'Accademia Cosentina e della Deputazione Storia Patria per la Calabria, prende in esame il fenomeno migratorio di Belmonte Calabro nel periodo a cavallo tra fine ottocento ed inizi novecento.
Il volume, che si compone di 277 pagine, e 150 illustrazioni, sarà presentato il prossimo 10 agosto in piazza Galeazzo di Tarsia, alle 21.30. Previsti gli interventi di Daniele Carnevale, assessore alla cultura del Comune, e dello storico locale Gabriele Turchi al quale il libro è meritoriamente dedicato.
Tra il 1882 ed il 1924 da Belmonte Calabro verso gli Stati Uniti, vi fu un notevole flusso migratorio. In quell'arco temporale, secondo i dati riportati da Gallo, furono 1093 i belmontesi che sbarcarono a New York. Il 30% di questi si stabilirono a Manhattan, il 12% a Washington, l'8% a Pittsburgh, il 7% a Steubenville (Ohio) ed il 6% a Providence (Rhode Island).
«All'epoca – spiega Gallo - emigrare rappresentava quasi un lutto e quando i mariti partivano, le mogli diventavano "vedove" e i figli "orfani”». La storia di molti belmontesi, partiti per migliorare il proprio avvenire e quello delle proprie famiglie, è attraversata pure da non poche tragedie sul lavoro. Diversi i martiri dell'emigrazione locale ricordati nel libro. Sono Nicola Veltri (1855-1907) e Nunziato Veltri (1866-1907) che morirono il 7 dicembre 1907 nella miniera di Monongah nel West Virginia dove un'esplosione causò il decesso di 358 minatori tra i quali 171 italiani; Francesco Prastano di 20 anni il quale morì nel 1901 a Steubenville (Ohio) e dove nel 1906 anche Bonaventura Elia è deceduto a 21 anni. Appena un mese dal suo arrivo anche Antonio Bruno morì a 15 anni, il 4 giugno 1905 a Punxsutawney (Pennsylvania) per malattia, forse per un'infezione contratta sul piroscafo "Italia" dal quale sbarcò a New York l'8 maggio 1905.
«Partire significava anche – aggiunge l'autore - avere la possibilità di ritornare a Belmonte per riabbracciare i propri cari, per acquistare un terreno agricolo dove costruirsi una casa confortevole per crescere la propria famiglia. Con maggiori possibilità economiche i figli potevano diplomarsi ed evitare lo sfruttamento da parte dei proprietari terrieri di Belmonte o dei padroni delle fabbriche americane. Gli emigranti offrivano così ai loro figli un avvenire migliore. Attualmente molti discendenti di questi primi emigranti, grazie alla scolarizzazione, sono diventati degli apprezzati professionisti, orgogliosi del loro successo e grati ai loro avi per i duri sacrifici che fecero».

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