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Perché io, perché non tu". Incontro con Barbara Balzerani il 18 agosto ad Aiello Calabro

AIELLO CALABRO – “Perché io, perché tu” (edizioni DeriveApprodi) è l’ultimo romanzo autobiografico di Barbara Balzerani, legato alle vicende delle Brigate Rosse delle quali l’autrice è stata componente.

“Un libro denso e intenso – scrive nella prefazione Erri De Luca -, che fa economia di parole per esprimere il senso di scelte che hanno trasformato una vita, molte vite, la vita stessa di un paese”.

Il volume, terza opera della Balzerani dopo “Compagna Luna” e “La sirena delle cinque”, sarà presentato al pubblico aiellese martedì 18 agosto alle 18.30 in piazza Plebiscito. Un appuntamento culturale di rilievo – evidenzia l’amministrazione comunale in un comunicato – al quale parteciperà l’Autrice e diversi ospiti (il Sindaco Franco Iacucci, il docente Unical Franco Crispini, lo storico Eugenio Medaglia, con il coordinamento del Giornalista RAI Pino Grandinetti) che “rifletteranno su una scrittura intensa, toccante e su una narrazione – è scritto ancora nella nota del comune - che ha il pregio di presentarsi con una cifra stilistica che pone un raro equilibrio tra vicenda personale nella cronaca di un duro quotidiano vissuto e sfondo di una vicenda più complessiva appartenente alla storia”.

Durante il rendez-vouz culturale, saranno letti brani del romanzo a cura di Cristina Mantis.



Leggi la scheda dell'Autrice su Repubblica.it

Commenti

  1. Erri De Luca
    Prefazione

    Conosco Barbara da così tanto tempo da non poter distinguere le sue pagine da lei. Credo che sia lo stesso anche per lei con le mie pagine. Noi ci riversiamo nelle parole dei nostri racconti spudoratamente, ma restiamo ugualmente intimi e conoscibili solo dopo molto sale sudato insieme, molto sale mangiato alla stessa tavola. Allora questa non può essere un’introduzione al suo libro, ma una lettera a lei.
    Tu e io siamo rimasti figli, non ne abbiamo di nostri per un’astinenza che non si giustifica solo con la vita svolta. Essere rimasti figli di genitori ai quali abbiamo voltato le spalle, staccandoci da loro con addii irreparabili, ritrovandoceli pronti e intorno poi, quando la nostra piazza si fece deserta. Senza figli ci siamo tenuti in disparte dal seguito di noi stessi. Come il gesto che fa il piccolo Hanno Buddenbrook, ultimo della stirpe, tracciando un doppio frego sotto il suo nome scritto in fondo all’albero genealogico di famiglia. A chi gli chiede ragione di quel segno, risponde: «Credevo non dovesse seguire altro». Noi due siamo vicoli ciechi: il frego doppio sotto il nostro nome non lo sottolinea, lo sterilizza.
    Dev’essere per questo che ci siamo messi a scrivere. No, i libri non sono i figli mancati, per loro non esiste supplenza. I libri sono il nostro modo di raccontare storie a chi non c’è. Scriviamo da una distanza che non può essere annullata dalla voce. «Come uno che viene da così lontano, che non spera di giungere», scrive Borges di sé, così dico io delle nostre scritture. Scrivere è rinuncia alla voce, affido intero alla materia muta della carta, assorbita di inchiostro, nostra emorragia. Eravamo nelle stesse strade, negli stessi urti contro i poteri costituiti, avevamo collere e compassioni uguali. Le forme furono diverse, le vite nostre e di molti di noi si suddivisero minuziosamente in destini simili a frantumi. Quell’interezza che siamo stati si infranse da dentro, non per i colpi ricevuti da fuori. Anzi, quelli ci avevano indurito, compattando la materia prima delle nostre ragioni. A te è toccata la malora penale, fino all’ultima sillaba di decenni insaccati dentro recinti di sbarre. Tu hai pagato tutto il conto e il compito di stare tra i centimetri per la durata di cinque olimpiadi. In questo paese di insolventi, di chi si può permettere l’acquisto dell’impunità, tu e alcuni dei tuoi avete saldato con il vostro corpo il debito penale di una generazione. Da qualche parte ho scritto: qualcuno in una cella e in un esilio sconta il novecento anche per me. Mi riferivo a te e ai tuoi compagni.
    A te ho cantato la mia ballata per una prigioniera e poi l’ho ricantata cento volte su e giù per teatri, a te ho girato tutti gli applausi raccolti. A te ho telefonato in una notte di maggio dentro Belgrado sotto il più violento acquazzone di bombe piovute dall’ovest, incluso il nostro paese ridotto a tappetino e pista di decollo per bombardieri di città vicine. Bombardare una città è l’atto di terrorismo per eccellenza: vuole terrorizzare e distruggere il maggior numero di vite inermi. Il terrorismo comincia a Guernica nel 1937 e continua ovunque un bombardiere, un missile abbia per bersaglio una città. Terrorismo furono i bombardamenti di dieci anni fa su Belgrado e gli altri centri abitati della Jugoslavia. Tutto il resto che viene spacciato sotto il nome spauracchio di terrorismo, a confronto, è una sfumatura. Così si è chiuso il nostro secolo enorme, quale ubriaco ha scritto che fu breve? Il nostro 1900 è stato il più largo campo di azione della storia umana. Noi che invecchiamo in un’altra centuria la consideriamo un tempo supplementare, una prolunga del secolo nostro. Sfoglio le tue storie, riconosco la tua voce sottile che non ha permesso a nessuna reclusione di toglierle il diritto di parola.

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