Facciamo grande il cuore di Teresa. La relazione di Sr. Ernestina Gatti delle Fscj, per le iniziative dell'anno vocazionale in corso ad Aiello Calabro


Ritaglio su S. Teresa Verzeri, tratto da PdV
Il 2 marzo, per  le iniziative che le suore di S. Teresa Verzeri hanno organizzato per celebrare l’anno vocazionale della congregazione, si è tenuta una conferenza di Suor Ernestina Gatti, nei locali del teatro comunale. Qui di seguito, a beneficio di chi non ha potuto partecipare, postiamo la relazione completa.
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FACCIAMO GRANDE IL CUORE
ALLA SCUOLA DI TERESA


Si fa presto a dire “FACCIAMO GRANDE IL CUORE”. Più semplice ancora sarebbe disegnare un grande cuore, anche se non si è esperti in disegno… Ingrandire il cuore, dilatarlo, dargli una misura che non è la nostra (di solito piccina o meschina!) è un compito grande, che nessuno può fare da solo. Ecco perché guardiamo a Teresa, la quale, ovviamente, ci indirizza a Colui che è l’Amore per eccellenza. Quando si dice cuore, si dice anche Amore. Una parola che sappiamo inflazionata, soprattutto nelle canzoni, soprattutto laddove l’amore resta raso terra o diventa addirittura gelosia, possessione, rivendicazione. Anche Teresa usa molto questa parola, ma siamo su tutt’altro piano. Di solito, le parole che si associano ad una suora, soprattutto se santa, sono preghiera, servizio, verginità, obbedienza, dedizione…. Trascuro nettamente questo cliché e tento di parlare della mia fondatrice mettendo in evidenza la sua insistenza sull’amore. Solo qualche piccolo esempio, preso dalle sue tantissime lettere (ne possediamo più di 3500) :

Confida nell’amore che è onnipotente, fidati dell’amore che è fedelissimo, confortati e consolati nell’amore che è dolcissimo. L’amore ti muova a pensare, a progettare ad operare; non mai la bizzarria, il genio, il capriccio. L’amore ti regga e operi in te.”

In tre righe, riesce a nominare cinque volte la parola amore e la sostanzia al punto tale da farla diventare stile di vita, significato di vita, struttura portante della vita. Non dice, la preghiera, il dovere, il sacrificio o la competenza ti muovano, ma l’amore. Ancora, in un’altra lettera:

Opera per amore, con puro spirito, con spirito sciolto, libero, sodo e con cuore largo, dilatato dall’amore e dallo spirito di Dio. Cammina in semplicità, opera con tranquilla attività davanti a Dio, per puro amor suo. “

E per paura che l’amore di cui parla venga mal interpretato, relegato nell’ambito dei sentimenti, lascerà scritto anche:

Si vada in un ufficio e si veda qual è la sorella più laboriosa, più concludente e nel suo dovere più perfetta: quella sarà la più avanzata nell’amore” (Doveri 1,45) perché “Non fallibile prova d’amore è l’opera sola”.

Non c’è tempo, in una sola sera, di dire molte cose di Teresa anche perché è una donna che merita di essere vista da quattro punti di vista diversi, cioè come fondatrice, scrittrice, mistica, educatrice… Cito solo alcuni giudizi espressi da grandi personaggi:
Silvio Pellico, scrittore e patriota che aveva letto il Libro dei Doveri, scritto da Teresa per le sue suore: “Pochi sono i libri di perfezione cristiana che con ugual piacere io abbia letto. Benché tale opera sia volta ad un istituto religioso, i precetti dell’amore divino vi sono esposti con tanta armonia di vera sapienza e di semplicità, che giovano ad ognuno”.
Battista Pasinetti, pedagogista: “Leggendo i sette volumi dell’epistolario si può cogliere il sorgere, lo svilupparsi e l’approfondirsi della pedagogia verzeriana. Ha lasciato pagine talmente stupende e ricche di caratterizzazioni tipologiche e di suggerimenti metodologici che nel leggerle si ha quasi l’impressione di scorrere un trattato scritto ai giorni nostri”.
Divo Barsotti, teologo: Teresa Verzeri forse è con Rosmini il più grande dottore di spiritualità che abbia avuto l’Italia nel secolo XIX. Nessun maestro di spiritualità, soprattutto nessun mistico forse ebbe l’Italia, nel secolo passato, più grande della nostra santa.”

Parlare di questa donna quindi, è un compito molto, molto impegnativo. Io, molto semplicemente e poveramente, dirò qualcosa in modo generale perché possiate conoscerla un pochino, oltre quello che vi verrà detto, in modo originale e artistico nel musical di domani sera.
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Teresa ha vissuto l’arco di mezzo secolo – dal 1801 al 1852 – attraversato da guerre, malattie, calamità e situazioni di indigenza che hanno fatto del primo ottocento il periodo del riscatto di un popolo che ancora non poteva dirsi italiano, ma che era lanciato sulla strada della conquista della libertà e dei diritti umani. Anche questa situazione ha avuto il suo peso nella storia di Teresa, benché in casa sua si parlasse più di chiesa che di politica, di lavoro piuttosto che di passatempi, di studio e di letture spirituali piuttosto che di divertimento.

Suo padre è il nobiluomo Antonio e sua madre la contessa Elena Pedrocca Grumelli, la cui famiglia vanta una bella sequenza di vescovi e magistrati nell’albero genealogico. Il padre, di trentadue anni più vecchio della madre, morirà quando Teresa è appena ventenne, mentre la mamma vivrà molto a lungo. Teresa è la primogenita di una nidiata di figli: sei vivi, di cui cinque femmine e un solo maschio, Girolamo, che diventerà vescovo di Brescia, ma che non eguaglierà la statura di Teresa. Disse di loro un conoscente: “Se il vescovo di Brescia vale dieci, sua sorella Teresa vale cento”. Delle ragazze una sola si sposa; tutte le altre, insieme alla mamma, diventeranno figlie del Sacro Cuore di Gesù, in un certo senso figlie della primogenita. Questo la dice lunga sul clima molto religioso in casa Verzeri, ma dice anche la tempra della nostra protagonista, il suo fascino, il suo carisma di seduzione. Coprì il ruolo di vicemadre e ne portò il segno: la sua umanità forte, il suo stile di combattimento, il suo fare spiccio e privo di leziosità, l’occhio abilitato a vedere le sfasature umane e spirituali, fanno parte di questa eredità. Il primo biografo di Teresa, monsignor Giacinto Arcangeli, così la descriveva ancora adolescente:
Tutto in lei appariva come nelle altre fanciulle di signorile condizione: ben educate a cristiana pietà, obbedienza, ritiratezza in famiglia, cultura e modestia. Solo che queste buone qualità in lei si informavano ad uno spirito affatto speciale: intendere, amare e fare il bene migliore nel modo migliore”.


Sempre il suo primo biografo dirà di lei diciottenne:
Nel suo contegno non temeraria né timida, non pomposa né dimessa; devota, non bigotta; dignitosa, non altera; obbediente ed affabile, non servile; dei fatti propri curante, non curiosa degli altrui; non perplessa né avviluppata, ma disinvolta per prontezza d’ingegno, energia di volere, libertà di spirito e seguace solamente del vero”. Un ritratto invidiabile, che non tiene conto però dei possibili limiti che di sicuro aveva anche Teresa, perché nessuno nasce santo o perfetto.

La ricerca del bene migliore nel modo migliore, la tensione al vero, la terranno costantemente viva in tutto quello che fa, ma più ancora nel cammino spirituale, caratterizzato da una grande fede, una fede che gli esperti chiamano pura perché priva di dolcezze. Amava e non sapeva di amare. Agiva e le sembrava di non fare niente. Teresa cercherà sempre Dio, ma in tutti gli atti di perfezione che compie, la sua anima rimane arida e confusa, mai appagata. Questa è stata la pena maggiore di questa donna che, ripeto, vedremo solo a volo d’uccello.

Quando, ventenne, bussa per la seconda volta al monastero di Santa Grata, in Bergamo, città in cui è nata, le monache comprendono subito che può fare da insegnante e direttrice delle fanciulle ospitate nel monastero: non bambine orfane, ma di famiglie nobili, che stavano in collegio per avere una educazione pari alla loro condizione. Teresa riesce a meraviglia in questo compito, anche perché si era addestrata in famiglia. Oggi, monache di clausura e collegio non possono assolutamente stare insieme. Come è stato possibile, allora? Per due motivi:

  1. politico: nel 1810, Napoleone re d’Italia, sull’onda della rivoluzione francese, decretò la soppressione di tutte le Compagnie, Congregazioni, Associazioni, tranne quelle dedite alla carità e all’istruzione. Le monache del vetusto monastero di santa Grata, ritornano in famiglia, ma quando in Bergamo, sette anni dopo Francesco I d’Austria riprende il dominio sul Lombardo Veneto, consente che il monastero venga riaperto alla condizione che vi sia annesso un istituto di educazione per la gioventù femminile. Le monache si adattarono a questo decreto e si improvvisarono educatrici.
  2. religioso: nel primo ottocento, la vita claustrale era pressoché l’unica strada a disposizione per una giovane che aspirava alla vita religiosa, in quanto le Congregazioni di vita attiva non erano ancora nate, se si eccettuano le Figlie della carità. Oggi che c’è un ampio ventaglio di scelta, non ci sono più vocazioni!

E la nostra santa, quando a trent’anni lascia il monastero di santa Grata per dar vita alle Figlie dal Sacro Cuore, intraprende una via nuova, una via che comunque si andava tracciando da più parti dell’Italia, grazie all’azione di persone di chiesa, donne e uomini che mettono la loro vita a servizio diretto della società, in modo autonomo, creativo, rispondente ai nuovi bisogni originati dallo sviluppo economico, la industrializzazione e l’inurbamento.
Per avere un’idea di questo fervore, può bastare sapere che nell’ottocento, in Italia, nascono 23 istituti maschili e ben 183 Congregazioni femminili impegnate in svariate attività educative. Si potrebbe dire che vocazione religiosa e diaconia educativa e assistenziale si incontrano e danno vita ad un vero risorgimento, soprattutto femminile. Mentre la chiesa sembra arroccarsi in se stessa per difendersi dai nemici che l’assediano (l’anticlericalismo, la massoneria, l’indifferentismo religioso, l’ateismo materialista) e rifiuta o ritiene impossibile ogni dialogo con il mondo moderno, è sul terreno delle realizzazioni caritative e sociali inventate dagli ordini religiosi, detti anche Istituti di vita attiva, che si stabilisce spesso un dialogo con le istituzioni civili e politiche realizzando, se così si può dire, una specie di conciliazione silenziosa e dal basso tra società religiosa e società civile; conciliazione più efficace e in anticipo rispetto a quella che arriverà assai più tardi e a livello verticistico nel 1929, fra Chiesa e Stato.
La vita di Teresa, come quella di tutti i santi, come quella di tanti fondatori dell’ottocento, è riconducibile alla missione nella logica evangelica del “l’avete fatto a me”. Teresa ha spezzato per gli altri la sua esistenza: la sua capacità di amare, la sua attività instancabile, le opere intraprese percorrendo molta parte dell’Italia, l’hanno portata ad essere strumento di provvidenza e di carità per quante, dalle bambine alle mamme, vedeva bisognose attorno a sé. Questo è stato il suo campo d’azione.

Le giovani e le donne occupano un posto rilevante nelle preoccupazioni educative di Teresa, perché, -diceva – una donna ben formata rappresenta la sicurezza di una famiglia, la stabilità, diremmo oggi, della chiesa domestica: una donna ben orientata, crea un clima positivo che salvaguarda l’unità e l’armonia della famiglia. Per questo, l’istruzione, la formazione cristiana e l’educazione sono tra i principali obiettivi di Teresa, obiettivi che la muovono a dare vita a convitti, laboratori, esercizi spirituali, oratori, scuole per ricche e per povere, anche serali come successe a Rovereto, per riscattare molte giovani dal degrado materiale e morale nel quale si trovavano perché costrette dal bisogno a lavorare tutto il giorno in un opificio. Potremmo dire che Teresa è un san Giovanni Bosco al femminile!

Per arricchire il quadro, resta da dire che Teresa sapeva mettersi in gioco su più fronti: sapeva incontrare le persone come seguirle con lo scritto; tenere conferenze spirituali come gestire l’economia della congregazione; acquistare o vendere case, parlare coraggiosamente con capi di Governo o con i vescovi; tradurre dal francese come scrivere copioni teatrali. Ma ciò che più la contraddistinse fu la sua passione per l’educare e il ri-educare. Teresa ha una concezione mistica del servizio educativo. Anche il cuore che emblematicamente contrassegna noi sue figlie, non solo nel nome ma anche sulla croce che portiamo al petto, è un simbolo biblico di interiorità profonda, santuario della persona umana: da questa sorgente scaturisce il progetto e il metodo educativo della nostra santa, la quale preferisce parlare del fatto educativo usando l’espressione “ministero altissimo e divino”.

Teresa ha un concetto alto e profondo della missione educativa: è un ministero, una chiamata totale, un impegno senza limiti. Ma in lei non c’è l’astrattezza e il rigore di una dottrina educativa. E’ una pedagogista e una maestra in quanto donna che spartisce la sua esperienza, fatta sul campo, sentendosi pienamente coinvolta nell’opera creativa e redentiva di Dio. Potremmo dire che Teresa è una vita fatta educazione.

Nel pensare la sua opera educativa, Teresa vuole le sue suore “monache fuori dal chiostro”, cioè capaci di conciliare vita interiore e dinamismo di azione. Per essere vere educatrici, dice Teresa, dovranno consolidare e levigare il proprio carattere, acquisire cultura intellettuale e manuale, apprendere la scienza e l’arte dell’educare. Piene di sapienza, esse dovranno esortare, convincere, riformare, confortare.. dovranno avere il senno dei saggi della Bibbia, il tocco di grazia dei profeti, la terapia del samaritano. Appunto, coscienti di esercitare un ministero altissimo e divino! Mi viene da pensare che, se questa coscienza abitasse oggi quanti investono la loro vita e la loro competenza nel campo educativo, genitori in primis, forse avremmo una gioventù meno problematica.

Quello che andava raccomandando alle sue suore, Teresa lo viveva per prima. Quando diceva:
Procura di far largo all’amore perché s’impossessi di te; non ti muovere a nulla se l’amore non ti muove; per seguirlo, consultalo. Operando, lasciati regolare dall’amore (1838) raccontava a parole quello che metteva in atto nelle sue laboriose giornate e nottate, trascorse a concretizzare in gesti quell’amore che riceveva dall’alto e che non sapeva tenere per sé.

Scorrendo la sua vita, raccontata in alcune biografie più o meno corpose, (l’ultima del 2014 ha più di mille pagine!) si scopre che sa essere mistica e pragmatica, capace di obbedire e di comandare, guidare e servire, parlare e tacere. Riesce a trarre da pochi ed essenziali principi, appresi in casa e non attraverso uno studio specifico, un metodo straordinariamente duttile e aderente alle situazioni per cui sa dare risposte originali e coraggiose ai problemi che la investono, come quando, nel 1848, ospitò molti feriti delle dieci giornate Bresciane, nella casa religiosa che i malevoli avrebbero voluto che le fosse confiscata. Teresa si improvvisò infermiera e madre spirituale, passando le giornate tra i feriti, giovani che le si affezionarono come fosse la loro mamma. Con questa mossa, salvò la casa dalla confisca e ricevette tra l’altro un sacco di lodi dal Governo provvisorio. Mi piace ricordare qui un altro piccolo episodio. Un parroco, dopo aver letto una lettera inviata da Teresa ad una sua parrocchiana, indecisa se farsi figlia del Sacro Cuore di Gesù, esclamò : “Chi l’ha scritta è una santa, bisogna fare quello che dice”.

A 48 anni, (morirà a 51), indebolita dalla malattia, ma più ancora dalle fatiche sopportate, chiede di essere sollevate dal compito di Superiora Generale perché diceva “conosco che la Generale non vuolsi inferma”. Un gesto di grande umiltà, coraggio, libertà e l’occasione che le ha fatto scrivere una impareggiabile lunga lettera alla suora designata come la sua vicaria. Una lettera vademecum che è un vero capolavoro di saggezza umana e spirituale. Solo due brevissimi passaggi:

Non dar corpo alle ombre, né ti lasciar dominare da prevenzioni e non pretendere il sommo, ricordando che l’ottimo non una volta distrugge il buono.
Perché i soggetti si formino, è uopo metterli in esercizio e sopportare che si addestrino fallando”.

E come non citare uno stralcio di lettera scritta l’anno dopo, in occasione della nomina di suo fratello a vescovo di Brescia? Teresa, conoscendo il carattere del fratello, dolce, condiscendente, alieno dal disgustare chicchessia, così lo stimola:
Badate che ciò che in voi è buono non abbia nel posto del vescovo a produrre effetti dannosi. Sentendo che costì vi predicavano la prudenza, io mettevami in malumore, poiché ho sott’occhio mille pessimi effetti della così detta prudenza d’oggidì. Frattanto che i buoni stanno zitti e sopiti per prudenza, i maligni guastano il mondo e il disordine mena trionfo”.

Aveva coniato parole sue per rimarcare il detto evangelico ”I figli delle tenebre sono più scaltri dei figli della luce”. Ieri come oggi.

Teresa, che avete voluto onorare in modo lodevole, aiuti tutti voi e noi suore a dare alla nostra vita le dimensioni dell’amore, quello vero, quello che opera “ con spirito sciolto, libero, sodo e con cuore largo, dilatato dallo spirito di Dio.” Amen!


La prima generazione di Congregazioni religiose, quelle del primo trentennio dell’Ottocento, hanno in primo luogo finalità religiose: riparare i mali e le conseguenze della rivoluzione; rimuovere il lassismo religioso; riaffermare la devozione alla Chiesa e al Papa; rinsaldare la fede cristiana nel popolo; ma anche mostrare l’efficacia del vangelo attraverso la carità e il servizio ai poveri, l’aiuto ai bisognosi, il catechismo l’istruzione ai figli del popolo.

Tra le Congregazioni più note ( primo trentennio dell’ottocento) si possono ricordare:

  1. le Figlie della carità di Maddalena di Canossa (Verona, 1808),
  2. le Suore della S. famiglia di Leopoldina Naudet (Verona, 1816),
  3. le Orsoline dell’Immacolata di Gandino (Bergamo, 1828),
  4. le suore della carità di don Nicola Mazza (Verona, 1828),
  5. l’Istituto dei Servi della carità di Antonio Rosmini (Domodossola, 1828),
  6. la Figlie del S. Cuore della Verzeri (Bergamo, 1831),
  7. le Suore della carità di Bartolomea Capitanio (Lovere 1832),
  8. le Sorelle penitenti di S. Maria Maddalena della Barolo (Torino 1833),
  9. le Suore maestre di S. Dorotea di mons. Farina (Vicenza, 1836),
  10. i fratelli di S. Giuseppe del Cottolengo (Torino 1833),
  11. le Suore di S. Giuseppe pure del Cottolengo (Torino, 1839) e
  12. i Preti della SS. Trinità, sempre del Cottolengo (Torino, 1840)

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