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Processo Valle Oliva inquinata. Le arringhe difensive

COSENZA – Non c’è evidenza, nessun nesso di causa tra l’inquinamento riscontrato nella vallata dell’Olivo e l’attività imprenditoriale del principale imputato Cesare Coccimiglio, accusato di disastro ambientale e avvelenamento delle acque. Né prove di responsabilità degli altri 4 coimputati proprietari dei terreni avvelenati.
Sono le conclusioni dei legali delle difesa che ieri mattina hanno tenuto le arringhe davanti alla Corte d’Assise a Cosenza dove il processo Valle Oliva si sta celebrando da luglio 2013, oramai alle battute finali. Si arriverà a sentenza il 6 marzo prossimo quando è stata fissata la Camera di Consiglio. I giudici dovranno valutare, accogliendo o respingendo, quanto richiesto dalla Procura di Paola, rappresentata dalla pm Maria Francesca Cerchiara, da ottobre scorso titolare dell’accusa, che nella requisitoria del 16 gennaio scorso aveva chiesto 16 anni e mezzo per l’imprenditore di Amantea e l’assoluzione con formula dubitativa per i coimputati Launi, Marinaro, Sicoli e Guzzo.
Nell’udienza di ieri, ognuno degli avvocati presenti – Filice, Staiano, Osso e Carratelli – ha sottoposto all’esame della Corte presieduta da Giovanni Garofalo (a latere De Vuono) e ai giudici popolari, le ragioni dei propri assistiti e chiesto l’assoluzione degli stessi con la formula più ampia.
L’attesa arringa di Carratelli, che ha parlato per un’ora e un quarto, aveva l’intento di “sgretolare” l’impianto accusatorio contro il suo assistito. Nel suo intervento, ha citato la sentenza del tribunale del Riesame che aveva annullato, nel 2011, il provvedimento di arresto di Coccimiglio. I giudici del riesame avevano evidenziato che dopo anni di investigazioni non si è mai riusciti ad accertare illeciti da parte dell’imprenditore. È questa, per il legale, la vera chiave di lettura del processo. E non c’è nessun dato che fa diventare l’indizio, con assoluta certezza, una prova. L’ipotesi accusatoria del “chi se non lui”, ossia il Coccimiglio, definito dominus del feudo Oliva, non regge. Mai, come hanno sostenuto i testimoni della difesa, quali il comandante dei Carabinieri della stazione di Aiello Calabro, su nessun camion della ditta amanteana è stato eseguito un accertamento diretto che abbia riscontrato attività illecite. Nella Vallata dell’Oliva, peraltro, non ha lavorato soltanto Coccimiglio. Anzi, secondo quanto riferito dal principale accusato nel corso delle sue deposizioni, così ha riferito Carratelli, c’erano altre imprese dotate di mezzi e uomini che avrebbero potuto interrare i veleni nel sottosuolo, durante gli anni in cui si è consumata la violazione della valle. Una valle, ha tuonato ancora il legale, trasformata in pattumiera (è il caso della discarica di Carbonara) anche dai comuni che si sono costituiti parte civile (Amantea, Serra d’Aiello, e San Pietro in Amantea, ndc), “per lavarsi la coscienza”. 
Per le conclusioni, il legale si è inoltre soffermato sulla relazione Ispra acquisita agli atti processuali nell'udienza del settembre 2015 che sminuisce quanto riportato nel capo di imputazione. Nel documento dell’istituto del Ministero dell’Ambiente, ministero peraltro anche esso parte civile nel processo, non ci sarebbero livelli di inquinamento oltre i limiti di legge. Insomma, è stato, ha detto Carratelli, un “processo gonfiatissimo” in cui quello che viene fuori è solo la certezza dell’innocenza dell’imputato.
Vedremo come andrà a finire, anche se l’esito, secondo i più, molto verosimilmente, sarà di assoluzione. Restano, senza sapere chi li ha messi lì, i materiali nocivi interrati, da fine anni ‘80 ad almeno il 2008, stimati in circa 160 mila mc.

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