Per “Il silenzio dei vivi” al Teatro Campus Temesa di Amantea

di Franco Pedatella
Il testo viene concepito e scritto in occasione della rappresentazione de “Il silenzio dei vivi” al Teatro Campus Temesa di Amantea e vuole essere un omaggio alla Compagnia Teatrale del regista Giovanni Carpanzano, perché attraverso la trasfigurazione dell’arte ha voluto tener vivo il ricordo della persecuzione nazista contro gli Ebrei, gli oppositori del regime totalitario e i “diversi”, per tenere vigile oggi la coscienza dei contemporanei e delle giovani generazioni a salvaguardia della pace e della libertà ed a scanso di ogni possibile ripetersi di olocausto, qualunque sia la forma sotto la quale si voglia mascherare. Vuole essere, altresì, un ringraziamento al Comune di Amantea, per aver offerto, con il patrocinio ed il sostegno, lo spazio e l’occasione per tale pubblica e corale riflessione e per i risultati che sicuramente ne conseguono sul piano della conoscenza, della presa di coscienza e, quindi, dei comportamenti individuali e collettivi della comunità cittadina e di quella del circondario. Questa circostanza è tanto più importante e significativa in quanto sempre più frequenti ed apparentemente innocui e neutri si verificano, nella società di oggi, episodi di generica intolleranza verso gli altri, considerati “diversi”; detti episodi talora si richiamano pericolosamente ad atteggiamenti di matrice dichiaratamente razzista o vanno connotandosi come tali. L’approdo di tali atteggiamenti, che la storia passata e recente ci ha fatto conoscere, è il totalitarismo, con tutte le conseguenze disastrose per i singoli e per la collettività, che abbiamo già sperimentato.

Stasera Campus Temesa è teatro
di grande duol che leva al ciel le grida
di donne che subîro la violenza
sul corpo loro e quel di frati e padri,

di fidanzati, sposi, madri e figli
per lo spietato pregiudizio umano
che una razza sopra le altre pone
e donale il diritto di dominio.

Per questo il germanico disprezzo
voléasi imporre in nome della razza
a tutto il mondo e chiunque si opponesse
chiudeva in campi di concentramento,

e féa macello della carne umana,
bruciava e féane cenere che al vento
spargéasi e niuna traccia rimaneva
di quel che pria fu uomo e non è più.

Un sol sentir comune varca il palco
e tocca il cuore e uno fa il respiro
dei tanti spettatori che ad un tempo
sentono il fiato uscir, pulsare il sangue:

pietà per quei che fugge o si nasconde
e nulla fé per meritar la morte
se non da chi comanda esser diverso,
e orrór di nuova guerra paventare.

Tra rulli e strilli, ordini imperiosi,
batter di tacchi e diktat bestiali,
sbuffi di tradotta, nella notte,
che ratta porta i prigionieri a morte

dopo inuman patire e crudi pianti
e sofferir che l’uomo muta in bestia
togliendogli l’onor che nel creato
lo fa individuo di ragion dotato,

dei vivi il silenzio è assordante,
pietà per sé reclama e chiede pena
giusta per chi fu causa di dolore,
mentre dal mar risponde nera schiuma

e al vento chiede di recarne al mondo
gran fama che foriera sia di pace
tra gente nuova, al mal non rotta e sana.
Si leva in coro il popol di Amantea

e della terra che le siede intorno 
sí che il teatro si trasforma in tempio,
donde si volge al cielo un santo priego:
mai più ripeta il mondo il genocidio!

Poi la catarsi il monte al mar congiunge,
tutto raccoglie, esalta in plauso largo
che il palco alla platea unisce e in coro
le lodi canta di Amantea pietosa.

Franco Pedatella - Amantea, 27 febbraio 2013

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