Fiume Oliva. Ora vogliamo la bonifica

Fiume Oliva. Ora vogliamo la bonifica
di Alfonso Lorelli
1- Il fiume Oliva deve il suo nome alla secolare presenza nella vallata di migliaia e migliaia di piante dell’albero che fu sacro per tutte le civiltà del Mediterraneo, qui arrivate dall’Asia minore forse tremila anni fa e che ancora oggi vegetano rigogliose sulle terre dei dolci declivi di Gallo, Formiciche, Imbelli, Carratelli. Queste terre hanno prodotto sempre olio di prima qualità che fino ai primi anni del Novecento veniva esportato in tutta Italia; anche la genovese Gaslini si riforniva di olio proveniente dai frantoi locali e commercilizzati attraverso la società Calabro-lombarda dei fratelli Furgiuele, con sede ad Amantea, che nel 1908 gestiva una catena di un centinaio di frantoi e sansifici sparsi per tutta la Calabria.
Il Quotidiano della Calabria 31.11.2010
Terre che anche il fiume, con il suo microclima, aveva reso fertili da sempre, sulle quali ancora oggi svettano olivi di 500 anni, accanto a migliaia di piante che giovani contadini ostinati a non voler abbandonare l’agricoltura di quelle zone, hanno impiantato negli ultimi 50 anni. Oggi quel fiume, dilaniato nelle sue carni, piange e con lui piangono le famiglie che abitano da quelle parti, per colpa di luridi porci, mangiatori di “sterco del demonio”, che lo hanno riempito di veleni.
2- Nell’ufficio del Procuratore di Paola, Bruno Giordano, l’Arpacal ha depositato le prime analisi sui campioni prelevati nel letto del fiume e lungo le sponde adiacenti; la mappa dei siti avvelenati incomincia a delinearsi con chierezza. Arsenico, cobalto, cadmio, antimonio, cromo, nikel, idrocarburi; migliaia di tonnellate di veleni sepolti nel ventre molle ed indifeso del nostro fiume da parte di uomini senza scrupoli, sempre pronti ad assassinare anche la madre pur di ingozzarsi di danaro. Ed a Foresta, polveri di marmo per la profondità di 15 metri (schermo di materiale radioattivo?) oltre i quali sono comparsi materiali ferrosi ed altro, ancora da analizzare. E’ stato ipotizzato che tutto sia accaduto negli ultimi 20 anni e fino a tre anni fa; se il 1990 dovessere essere lo spartiacque allora occorre ripensare molte cose.
Dunque, è stata accertata una devastazione ambientale enorme e persistente, compiuta da imprese mafiose, magari in possesso del certificato antimafia, che hanno operato per conto di industrie di altre regioni, forse anche di Stati sovrani; che hanno goduto della complicità o della semplice indifferenza sia delle istituzioni deputate ai controlli che della popolazione.
3- Tra qualche giorno dovrebbero arrivare anche i risultati delle analisi fatte da altri laboratori, dell’Ispra, dell’Arpa Piemonte, dell’Arpa Lombardia, dell’Arpa Emilia-Romagna; alcuni di questi enti sono in qualche modo “controllati” o controllabili dal governo anche attraverso i rispettivi governatori di regione; ma credo che non sarà possibile che si ripeta il “caso è chiuso”, affermazione con cui la Prestigiacomo ha seppellito la vicenda della Chunski dopo aver manovrato perché tutto fosse messo a tacere. Questa volta i 500 campioni prelevati durante i 91 carotaggi fatti nell’Oliva non possono essere manipolati più di tanto, perché sono lì ed hannno già “parlato” confermando quanto stiamo ripetendo da anni. Quanto alla radioattività, già a suo tempo rilevata dalla stessa Arpacal, pur convinti della volontà del governo di non far conoscere la verità, restiamo in attesa dei risultati delle analisi specifiche non ancora comunicate, sperando che ci possa essere risparmiata un’altra tragica beffa di Stato, dopo quella di Cetraro.
4- Ora gli struzzi sono invitati a togliere la testa dalla sabbia; è arrivato anche per loro il momento di guardare in faccia la realtà ed evitare di diffondere pessimismo o fatalismo con il “ ormai è accaduto, non si potrà fare più niente”. E’ arrivato il momento di smetterla con la solfa che ci hanno ripetuto in faccia per anni: “così facendo danneggiate l’economia del territorio, voi non volete bene ad Amantea ed alla Calabria”. E noi a ripetere che chi ama la propria terra la vuole pulita e vuole che chi l’ha sporcata la venga subito a ripulire. A differenza di molti di loro, che amano più gli imbrogli e gli affari sporchi o soltanto il danaro, noi amiamo tantissimo la terra dove siamo nati e viviamo, perciò la difendiamo, rischiando non poco, querele comprese, contro chiunque l’ha devastata o la vuole usare per il proprio immondo tornaconto; essa appartiene a tutti i calabresi, non soltanto ai mangiatori di sterco del demonio; perciò d’ora in avanti è necessario ri-organizzarsi per raggiungere l’obiettivo della bonifica.
5- Come dimostrano i casi di Crotone, Sibari, Praia ecc, ottenere la bonifica non sarà facile. Non solo perchè sono necessarie risorse finanziarie consistenti che Governo e Regione prometteranno ma non renderanno disponibili, magari trincerandosi dietro il prossimo disastro del federalimo, ma anche perché le istituzioni locali spesso non riescono ad essere compatte e determinate, facendosi condizionare da appartenenze politiche e preferendo far passare il tempo che affievolisce la memoria collettiva e rende rassegnata la popolazione. Inoltre da un governo regionale che fa venire in Calabria migliaia di tonnellate di rifiuti napoletani per far piacere a Berlusconi non c’è da aspettarsi nulla di buono in tema di difesa ambientale.
6 – Compito del Comitato De Grazia e di tutte le associazioni ambientaliste della Regione, d’ora in avanti, dovrà essere quello di tenere alta la mobilitazione popolare non solo ad Amantea e nei comuni vicini ma anche in tutta la Regione, per evitare che oltre al danno arrivi anche la beffa. Sappiamo che ci aspettano “lotte dure senza paure” e che, se necessario, dobbiamo alzare il tiro dello scontro con le istituzioni, anche rischiando di essere chiamati “ i nuovi briganti della Calabria”, il che, a 150 anni dall’Unità, non dispiace granchè. Ma sappiamo anche che con le istituzioni dobbiamo discutere per spingerle ad agire; perché in ultima istanza è assegnato a loro il compito di ridarci una Calabria senza veleni, loro hanno l’obbligo di organizzare e realizzare le bonifiche.
7- Bisogna porsi anche il problema di cosa fare affinchè quello che è accaduto non accada più. Finora è stato possibile ai “padroni dei fiumi” scavare delle enormi buche prelevandone la sabbia, riempirle di veleni e coprirle sotto decine di metri di terra. Controlli sulla loro attività, nessuno. Per tanti sciacalli vi sono stati profitti altissimi, ricavati sia dall’uso incontrollato di beni demaniali sia dal traffico dei veleni interrati. E’urgente porsi il problema di come sottrarre a questi banditi la disponibilità totale del demanio fluviale. Regione e Province devono innanzitutto porre mano ad una nuova legislazione e regolamentazione sull’uso dei beni pubblici in Calabria; Comuni e Province devono coordinarsi per realizzare un controllo continuo e rigido sul demanio attraverso le proprie Polizie; è necessario perseguire fino in fondo funzionari e controllori corrotti che aiutano i pirati dei fiumi ad agire indisturbati. Bonifiche e nuova organizzazione di difesa del territorio devono camminare insieme, altrimenti tutto continuerà come prima.

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