Il “mio” Oliva. Ricordi di quando il fiume era incontaminato

Allora il fiume non era contaminato, né l’uomo pensava mai di usarlo come discarica per i propri rifiuti. Veniva pulito ogni anno dai contadini che sapevano bene come dalle sue acque dipendeva la loro vita ed anche la bontà dei loro prodotti.
di Alfonso Lorelli*
Alfonso Lorelli
«Oggi quel fiume non c’è più ed io, ogni volta che vi ritorno, ripercorro con la memoria quei tempi passati e ne piango come un bambino.
Vorrei sapere, ma ancora non so, chi e quanti hanno ridotto il mio fiume ad una discarica di materiali tossici e nocivi trasformandolo da donatore di vita a seminatore di morte e di malattie. In questi ultimi tempi mi reco spesso lungo il fiume Oliva per osservare tutte le sue ferite causate dalla insensatezza e dalla criminalità umana ed ogni volta mi viene in mente la bellezza incontaminata di quella vallata che ho amato trascorrendovi molti anni della mia fanciullezza e della mia adolescenza».
Ho vissuto per molti anni sui terreni della Marinella-Oliva irrigati dalle limpide acque di quel fiume dove, fino a quaranta anni fa, vi era l’agricoltura più produttiva, innovativa e di qualità di tutto il Tirreno cosentino. I pomodori tondo-lisci, la fagiolina, i cetrioli prodotti – dove oggi vi è soltanto una distesa ininterrotta di case, molte delle quali incompiute da decenni, – erano sufficienti a soddisfare tutta la domanda del mercato ortofrutticolo di Cosenza e dei paesi contermini.
Si trattava di migliaia di quintali di prodotti ortofrutticoli la cui qualità e quantità uscivano dal duro lavoro di centinaia di coloni della tenuta Furgiuele ma anche dalla qualità delle acque di quel fiume oggi reso famoso dalla presenza nel suo corpo martoriato di rifiuti tossici depositati da criminali da forca.
Ricordo i filari maestosi di eucalipti e di pioppi che si snodavano lungo la riva destra il cui “stormir di fronde” ci rallegrava quando andavamo al fiume a controllare la derivazione dell’acqua immessa nell’“acquaro grande” che serviva per irrigare quei cento ettari di terreno fertilissimo della Marinella. Ricordo i tantissimi salici piangenti distribuiti lungo gli argini delle due rive opposte ed i tanti piccoli acquitrini dove si potevano pescare le rane ed i pesciolini di acqua dolce; e le anquille che in certi periodi dell’anno risalivano il fiume per alcuni chilometri e che noi pescavamo anche nelle piccole chiuse che servivano per far funzionare i tre mulini ad acqua che si trovavano tra la foce ed il ponte di Guarno nei pressi di Aiello Calabro.
L’Oliva era incontaminato, né l’uomo pensava mai di usarlo come discarica per i propri rifiuti; esso veniva pulito ogni anno dai contadini limitrofi che sapevano bene come dalle sue acque dipendeva la loro vita ed anche la bontà dei loro prodotti. Sui terreni demaniali della sua riva sinistra venivano coltivate le noci-pesche più saporite ed odorose di tutta la Calabria, perché vi era un microclima particolarmente adatto a quella coltivazione; era una produzione di nicchia che scomparve non appena le acque del fiume persero la loro antica purezza.
Lungo la riva destra del fiume, per circa 20 chilometri, si snodava l’antica strada comunale Amantea-Aiello, attraversata giornalmente da centinaia di asini, di muli, di carri trainati dai buoi che portavano verso la marina i prodotti dell’economia di montagna e verso i paesi dell’entroterra i prodotti ortofrutticoli e le alici di Amantea.
Sulla sua riva sinistra vi era la fontana di “Foresta” dove centinaia di famiglie attingevano l’acqua da bere ritenuta la migliore della zona. Oggi a Foresta si trova una enorme discarica nella quale sono stati rinvenuti materiali tossici quali il mercurio, il cadmio, la diossina, insieme a centinaia di tonnellate di polveri di marmo spesso usate come schermo protettivo di emissioni radioattive.
Là dove oggi le cave sventrano i declivi della vallata vi era un continuum di coltivazioni arboree che con le loro diversità indicavano le misure altimetriche dei luoghi attraversati.
Quando avevo dieci anni una mattina mia madre mi svegliò verso le tre, ci sistemammo sulla groppa dell’asino ed insieme ad altri cinque “equipaggi” ci recammo nella montagna di Aiello a fare un carico di castagne per il maiale da ingrasso la cui “festa” doveva allietare il nostro Natale.
Forse fu allora che mi innamorai per la prima volta di quel fiume, delle sue rive, degli uccelli che con il loro canto mattutino allietarono tutto il nostro viaggio fatto all’ombra di quei grandi alberi sotto i quali passava la vecchia mulattiera che collegava Amantea ad Aiello.
Oggi quel fiume non c’è più ed io, ogni volta che vi ritorno, ripercorro con la memoria quei tempi passati e ne piango come un bambino.
Vorrei sapere, ma ancora non so, chi e quanti hanno ridotto il mio fiume ad una discarica di materiali tossici e nocivi trasformandolo da donatore di vita a seminatore di morte e di malattie. Non so se quei veleni, magari prodotti a migliaia di chilometri di distanza, sono arrivati a bordo di navi o di camion, né chi sono i criminali che hanno avvelenato il mio fiume, sventrandolo in ogni parte del suo corpo indifeso. Non so se si tratta soltanto di bestie dal volto umano che lo hanno fatto per sete di guadagno o anche di criminali di Stato che hanno agito per conto di un Leviatano che si erge, in tutta la sua superbia e potenza, contro i suoi stessi cittadini inermi ed indifesi. Uno Stato che ogni qual volta i cittadini chiedono la verità sull’inquinamento delle terre e dei mari di Calabria e la bonifica dei siti inquinati cerca sempre di negare il pericolo e di fornirci una “sua verità” narcotizzante, mai direttamente verificabile, che non convince perché costruita a tavolino per rassicurare la popolazione in modo tale che tutto possa continuare come prima.
So che violando il mio fiume hanno colpito anche me; e che io devo reagire finchè posso, insieme a tutti i cittadini onesti di questa Regione, affinchè non abbiano a ripetersi gli atti criminali compiuti finora.
Credo perciò che sia assolutamente indispensabile realizzare una unità di intenti tra tutti i calabresi che hanno visto e vedono violentare i propri fiumi, le proprie terre ed il proprio mare, per lottare e vincere contro i poteri criminali ed i criminali di Stato che ci considerano come topi da discarica. Per vincere è necessario che tutti i cittadini onesti di questa regione si sentano uniti, nello spirito della manifestazione di Amantea del 24 ottobre.Lo chiede anche il mio amato e martoriato fiume.

*Vice-presidente Comitato civico Natale De Grazia

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