"La Rosa d'Ajello". Cronaca della presentazione a Cosenza del romanzo di Sergio Ruggiero


Qualche giorno fa, presso la Mondadori di piazza 11 settembre, è stato presentato, dopo la "prima" ad Aiello Calabro nell'agosto scorso, il secondo romanzo di Sergio Ruggiero. Ecco il resoconto a firma dello stesso autore e la cronaca dell'appuntamento pubblicata su Calabria Ora.
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La presentazione è stata organizzata da alcuni cosentini, che avevano trovato interessante e “non banale” l’insolito racconto, del quale erano casualmente venuti in possesso durante le vacanze amanteane. Per questa ragione, avevano deciso di agevolare un incontro con l’autore, che hanno di fatto organizzato presso la centralissima e prestigiosa Libreria Mondadori di Cosenza. Senz’altro un luogo affascinante, frequentato, per la promozione di opere letterarie, anche da scrittori di gran nome.
I cosentini di cui parlo, veri appassionati di letteratura, volevano dunque conoscere l’autore del romanzo, capire le ragioni del lavoro, e fors’anche indagare meglio la storia del territorio teatro del romanzo, Amantea ed Aiello medievali, del periodo Federiciano e quello immediatamente successivo alla conquista guelfa delle Calabrie. 
Appena giunti sembrava non ci fosse nessuno, la coincidenza con importanti manifestazioni culturali (mostra del futurismo a Rende), il maltempo, l’imperversare dell’influenza che ha steso tra gli altri alcuni degli organizzatori, sembravano aver compromesso il buon esito dell’iniziativa.
Ma noi eravamo lì, in attesa degli eventi.
Ero in buona compagnia, Roberto Musì e Peppe Marchese erano con me, per presentare l’opera a un pubblico che al momento stentava ad arrivare. Toto’ Sciandra era assente perché  malato, ma era malato e dunque assente anche l’avv. Messina di Cosenza, un giudice, anima e promotore dell’iniziativa.
Anche lui sarebbe dovuto intervenire.
A un certo punto si presenta una persona, Pino Sassano, appassionato lettore e titolare di Librerie Mondadori. Con lui v’è una donna, una psicoterapeuta apprendiamo, Rossana Castriota, che aveva avuto l’incarico di leggere e valutare l’opera per conto dell’Organizzazione.
“Aiuto!”, mi dico. Intanto qualcuno incomincia ad arrivare.
Il dott. Sassano, che s’incarica di moderare, avvia la seduta, dando la parola al prof. Musì.
Chi non l’ha mai sentito dovrebbe sentirlo, lo storico di Amantea, bravo ad infiocchettare la formidabile eloquenza con pause, cadenze e inflessioni. Egli non parla, recita. Una lectio magistralis, qualcuno ha commentato, sul periodo storico e sulle tragiche vicende riguardanti gli assedi angioini delle ghibelline Ajello ed Amantea, 1268-69. “La cosa mi intriga molto”, dirà poi la Castriota. Un intervento dettagliato e ricco di riferimenti documentali, quello di Roberto. L’ho già detto, una vera lectio magistralis sulla storia calabra dell’epoca.
Intanto affluiva altra gente, alcuni miei fratelli (sono ricco di sangue); un architetto di Lamezia e la moglie, che avevano letto il romanzo acquistato a Campora;  un professore di San Giovanni in Fiore, fratello, mi dice, del presidente del Centro Studi Gioachimiti di san Giovanni in Fiore; Franco Saverio, un catocastrese trapiantato a Cosenza e mio caro amico;  una assistente sociale col pallino della storia de noantri. ….altra gente insomma, interessata per davvero.  
L’applauso al Musì è sentito, convinto, e senz’altro meritato, mentre il giovane inviato di “Calabria ora” compilava il suo rapporto.
E’ il turno di Marchese: lettura emozionale del Romanzo. Quando l’ho invitato ad accompagnarmi l’ho invitato a pasta e carne, perché conosce la storia, Peppe. La conosce bene, ne parla con disinvoltura, e sà emozionarsi come pochi quando ci va dentro. E poiché sà emozionarsi, sà pure emozionare. Parla di cose forse viste in altri tempi, “in altre vite”, Marchese, che di recente s’è cimentato in un’interessante e tutt’altro che semplice ricostruzione del primo francescanesimo in Calabria, mettendo peraltro ordine tra nomi e date. Il romanzo lo ha gustato per davvero, e perciò lo ha “spiegato” esprimendo da par suo le proprie sensazioni, i moti dell’anima indotti dalla lettura dell’”insolito racconto”. Ha parlato dei protagonisti come se li avesse conosciuti, uno ad uno, Alpetragio d’Ajello, Luigi di Joinville, la Rosa d’Ajello, Folco da Perugia, Tusco da Fonte Laurato il gioachimita……. come se ne avesse scandagliato l’anima.
Altra emozione, altro applauso.
Poi, il dott. Sassano invita la d.ssa Castriota (il cognome è tutto un programma) ad intervenire. L’omonima dell’eroe nazionale albanese Castriota Scandenberg esordisce: “Quest’opera è sorprendente!”. Si, la severa ed occhialuta strizzacervelli si è espressa in questi termini. Mi pone domande, tese evidentemente, a verificare la sostanza:
Perchè scrive romanzi ambientati in Calabria? Cosa Legge di norma? Ha intenzione di scrivere ancora? Ci faccia sapere.
Rispondo: “La passione per la lettura, e in particolare per un certo genere, è la causa di tutto. Poi, molto modestamente, vorrei contribuire alla riscoperta della nostra storia, che senz’altro si presta a un certo tipo di narrazione, sottolineando, romanzescamente, si capisce, alcuni aspetti poco noti. Come ella sà, dottoressa, la gente comune è scarsamente interessata alla nostra storia, ha altri problemi….la narrativa medievale o antica riguardante la Calabria è inconsistente, benché sia disponibile numerosa e qualificata saggistica alla quale si può attingere, di norma ad uso e consumo degli appassionati e degli addetti ai lavori. Eppure Pitagora era calabrese, Cassiodoro di Squillace, Gioacchino da Fiore (indirettamente protagonista del romanzo di cui trattiamo), Tommaso Campanella, Bernardino Telesio, altri giganti, dei quali sui libri di scuola si dice poco o nulla. Pochi sanno, ad esempio, che anche Tommaso d’Aquino era calabrese, e questo credo sia inaccettabile. Diciamo che ho avvertito il bisogno di far qualcosa in tal senso, a modo mio, ovviamente, molto modestamente….”.
“Come le è venuto in mente di utilizzare riferimenti filologici per dare senso e corpo alle vicende?” mi ha chiesto la Castriota, dimostrando di aver radiografato il romanzo, e di averne appreso il senso vero. Dovevo caratterizzare alcuni personaggi, dettagliarne l’anima, personaggi che, come scrive Musì nella prefazione, “giganteggiano nelle pieghe del romanzo”. Abbiamo parlato dei sapienti d’oltremare del periodo federiciano e di quello immediatamente precedente, dei quesiti siciliani dello stupor mundi e della sua illuminata corte itinerante, dell’Almagisto di Claudio Tolomeo e dei libri del Corpus Hermeticum raccolti da Michele Psello. Della scuola matematica di Chatres e di Gelberto d’Aurillac, di Leonardo Fibonacci, di Gioacchino da Fiore e del Liber Figurarum, di Al Idrisi di Ceuta e del libro rogeriano, dell’Imago Mundi e della Naturalis Historia, di Onorio d’Autun e Plinio il Vecchio. Abbiamo parlato di artes mechanicae e di mechanemata, della scuola siciliana, di Celo d’Alcamo e Jacopo da Lentini, d’amor cortese e donne angelicate.
Credo di essere stato convincente, ancorchè sintetico, come sintetici e convincenti sono stati i miei compagni di ventura, Peppe e Roberto. Almeno così m’è parso osservando la reazione degli astanti.
Prende poi la parola l’architetto di Lamezia, un fuori programma. Dice cose bellissime, sottolinea la particolarità del linguaggio, la convincente descrizione dei luoghi. Racconta le sue emozioni durante la lettura del racconto, i momenti, le fasi, le sensazioni, profonde a quanto pare, alla fine ammette d’aver pianto!. “Non potevo non venire quì, quando ho letto la locandina su internet”, ha concluso. Un’inattesa e graditissima emozione. Anch’egli l’ha definito “sorprendente”, proprio così. La sua signora mi ha regalato un bellissimo mazzo di rose gialle, “se l’è meritato, mi creda architetto”, mi ha sussurrato mentre Marchese ci sparava una foto.
Alla fine, abbiamo consumato un aperitivo al bar di fianco, offerto dalla libreria. Hanno fatto altre domande, tra un’oliva, un prosecco e un gingerino, a me, al Marchese ed al Musì. Altri brevi “momenti di gloria” e di emozione.
Al ritorno eravamo soddisfatti, io ed i compagni di ventura, Peppe e Roberto. “Amantea s’è presentata bene, ha fatto una buona figura nella civilissima e coltissima Cosenza”, ci siamo detti.
Non ci possiamo lamentare.
Sergio Ruggiero
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Ruggiero presenta il suo “La Rosa d’Ajello”
Un’epoca misteriosa, quella medievale, dove solo gli autori contemporanei più illustri e coraggiosi, da Umberto Eco a Ken Follett per citarne i più importanti, sono stati capaci di addentrarsi e ambientarvi un romanzo.
Sergio Ruggiero, di Amantea, architetto prestato alla scrittura o viceversa, con il libro “La rosa d’Ajello”, non solo è riuscito in questa difficile impresa, ma anche a riscoprire una storia calabrese, intensa e vibrante, ricca di personaggi di livello straordinario, della quale però quasi nessuno ne ha mai fatto argomento di letteratura narrativa.
Presentato ieri pomeriggio nella libreria Mondadori di Cosenza, il romanzo di Ruggiero, inquadrato nella I metà del XIII secolo, racconta la storia d’amore tra due giovani, sotto lo sfondo del paese di Ajello. Scopo principale dell’autore è quello di far emergere il messaggio escatologico del grande mistico Gioacchino da Fiore, non a caso il personaggio di rilievo è un gioachimita, Tusco, che giunge ad Amantea sulle tracce del Santo d’ Assisi e si trova a combattere per la libertà, contro i soprusi e gli orrori degli angioini.
Un libro pieno di preziose nozioni storiche, ma emozionante e fruibile allo stesso tempo, “un film non ancora filmato” come è stato definito, che ci dovrebbe far innamorare della nostra, ancora molto poco conosciuta, terra.


Luigi M. Chiappetta
da Calabria Ora del 5 dicembre '09

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