Io, triste ex dipendente del Papa Giovanni.Una lettera-testimonianza al Quotidiano di Maria Pagnotta, educatrice professionale

Dal Quotidiano della Calabria del 24 marzo ’09, pag. 16

MI CHIAMO Maria Pagnotta, sono una ex dipendente dell'Istituto Papa Giovanni XXIII di Serra D'Aiello (CS), che hanno deciso di chiudere, mandando a casa oltre 500 lavoratori. Dopo quasi vent'anni di servizio sto vivendo un incubo dal quale non riesco a svegliarmi. Tutto ciò che è accaduto in quest'ultimi giorni è talmente assurdo ed insopportabile! Sono anni che attendevamo una soluzione all'infinita vertenza dell'I.P.G. XXIII per porre rimedio, una volta per tutte, agli innumerevoli disagi che gli ospiti e noi dipendenti abbiamo sopportato: anni di false promesse, indifferenza, inganni e lunghe attese speranzose. Ma non era certo questo ciò che ci aspettavamo! Abbiamo assistito ad interminabili trattative, senza esiti concreti, tra Chiesa, Regione e sindacato per decidere le nostri sorti; abbiamo vissuto l'avvicendarsi fallimentare di diversi amministratori dopo il nostro fondatore Don Giulio Sesti Osseo, l'unico al quale sono grata per avermi dato un lavoro dignitoso in questa nostra terra che, di opportunità a persone oneste, ne offre poche o niente; abbiamo protestato più e più volte presso le varie sedi istituzionali e non, per dare voce alla nostra esasperazione e chiedere aiuto. Non è servito a nulla! Nel frattempo, nonostante i disagi e gli stipendi erogati con il contagocce, abbiamo continuato fino alla fine a dare amorevole assistenza ai nostri ospiti, i quali, di tutta questa vicenda, sono innocenti vittime che il destino ha voluto condannare per l'ennesima volta. Infatti, dopo tanti sacrifici per mantenerci questo posto di lavoro, il 17 marzo 2009, l'I.P.G. XXIII è stato sgomberato: gli ospiti sono stati trasferiti in altre strutture e per quanto riguarda noi dipendenti…siamo in attesa di giudizio. E' mai possibile che siano sempre i più deboli a dover pagare? Chi si farà carico di quanto è accaduto? Forse la Chiesa, che è la proprietaria dell'I.P.G. XXIII? Forse la Regione, che ha speso soldi pubblici senza, evidentemente, controllarne l'utilizzo? Forse il sindacato, che avrebbe dovuto tutelare i lavoratori? Nessuno, perché improvvisamente sembra che l'I.P.G. XXIII sia diventato “un ospizio degli orrori” (vedi “La Repubblica” di Martedì 10 Marzo 2009) per cui è stato inevitabile chiuderlo per porre fine a tante atrocità. In questi termini è palese che la conclusione sia stata questa e che le conseguenze siano ricadute sugli ospiti e sui lavoratori i quali, oltre al danno materiale (perdita del posto di lavoro e di un accumulo di stipendi non corrisposti che risale all'anno 2001), devono subire anche un danno morale. Mi chiedo come mai, se c'era questo stato di cose, ci abbiano fatto continuare a lavorare in questi ultimi anni? Non era un rischio per i 300 ospiti che vivevano nella struttura? In questi ultimi giorni avevo raggiunto la consapevolezza che, purtroppo, l'I.P.G. XXIII sarebbe stato chiuso, ma mai avrei immaginato che sarebbe avvenuto con modalità operative simili. Ciò che abbiamo vissuto è stato disumano e vergognoso! Difficilmente potremo cancellare quelle immagini di “deportazione” dei nostri ospiti che, in tutti questi anni abbiamo accudito con tanto amore, professionalità e senso di responsabilità (al contrario di quanto si dica), nonostante i tanti disagi e la molteplicità di problematiche che c'erano, senza dubbio, nella struttura. Sfilavano, disorientati ed impauriti, accompagnati da professionisti estranei, con tanto di mascherine e guanti (questione di igiene ma priva di affettività), davanti ai nostri occhi pieni di lacrime e rabbia, perché eravamo lì, tenuti a distanza dalla recinzione della struttura e da una muraglia di forze dell'ordine, degna di un assedio, sconfitti ed impotenti ad osservare, con la voglia di fermare quello scempio, ma anche con la rassegnazione di chi si rende conto di non poter fare più nulla. 
Chissà perché immaginavo una procedura diversa, dove gli ospiti sarebbero stati preparati psicologicamente ad un trasferimento organizzato nel rispetto dei loro diritti, come persone particolarmente fragili e già molto segnate da un brutale destino. Credevo, ingenuamente, di vivere in una società civile dove le persone oneste ed i più deboli vengono tutelati. Mi rivolgo al presidente Loiero il quale, in un'intervista riguardo alla nostra protesta del 18 marzo 2009, presso la Protezione civile della Regione Calabria, disse che non è con la violenza che si ottengono le cose. Ha ragione! Sono perfettamente d'accordo con lei su questo, ma ciò che è stato fatto agli ospiti dell'I.P.G. XXIII ed a noi dipendenti il giorno prima, non è forse violenza? Eppure la Procura di Paola ha dichiarato che giorno 17 Marzo 2009 è stata ripristinata la legalità in un pezzo della Calabria. Forse sono stati individuati e condannati i colpevoli di tutte le atrocità di cui si sta parlando in questi giorni? Se è cosi mi ritengo parzialmente soddisfatta, ma a me pare che, per il momento, a pagare siano stati gli ospiti ed i dipendenti ossia, le vittime di tutta questa storia. 
Tuttavia, non mi resta altro che aggrapparmi alla speranza che la Magistratura faccia chiarezza su tutta la vicenda al più presto, individuando eventuali colpe e colpevoli, che dovranno giustamente pagare per il male fatto e ponendo fine alle tante calunnie che stiamo subendo. Penso che, in tutti questi anni, noi operatori abbiamo svolto il nostro compito sempre con il cuore perché la nostra professione richiede, oltre al saper fare, il saper dare amore, conforto e dignità a quelle persone più sfortunate e bisognose di noi. Spero che gli ospiti dell'I.P.G. XXIII vivano questo cambiamento nella maniera più serena possibile, costruendo nel tempo quei rapporti di affetto e di fiducia che avevano instaurato con noi, anche con i nuovi operatori che ora si prendono cura di loro. Ringrazio tutti coloro che ci sostengono e dimostrano solidarietà e sono particolarmente grata a quei pochi giornalisti coraggiosi che, senza travisare la realtà, hanno dato la parola ai più deboli.

Maria Pagnotta
Educatrice professionale

Commenti