Francesco C. Volpe originario di Cleto con la mente rivolta al Risorgimento

di Manfredo Manfredi (Avvocato) 
Fonte: Il Quotidiano della Calabria del 17 settembre 2008

Vedendolo girovagare per le strade di Amantea, dove vive ma non è nato, sembra uno di quei pensionati alla ricerca di un passatempo. E in effetti, Francesco C. Volpe, (dove C. non nasconde, all'americana, un suo secondo nome, ma sta per Cleto, il simpatico paese dell'entroterra tirrenico, dove egli è nato nel 1932, ed è un singolare espediente per distinguersi da un omonimo studioso del salernitano) pensionato lo è davvero, - è stato preside di scuola ed è a riposo ormai da anni -, ma con la mente sempre aperta agli studi che lo hanno appassionato sin da quando, all'Università di Roma, si laureava con una tesi su “Cultura calabrese tra Risorgimento e Unità”. Da allora il riferimento al Risorgimento, all'Unità d'Italia ed al periodo che ha preceduto l'avvento del Fascismo, nella ricerca storiografica sulla cultura calabrese, è stato una costante nel suo pensiero. Autore di opere come “Calabria: storia e cultura (1815-1922)”, con prefazione di Gaetano Cingari, cui è stato assegnato nel 1992 il Premio Sila, e come “Cultura e storia nel mezzogiorno tra '800 e '900”, con introduzione di Augusto Placanica, che ha avuto l'onore di essere adottato come testo per il suo corso di lezioni dal prof. Antonio Coco, titolare della cattedra di Storia moderna presso l'Università degli Studi di Catania; estensore di voci storiografiche “Calabria Citra tra restaurazione ed unità” e “Il pensiero politico meridionale” ricompre - se nell'opera collettiva “Storia del mezzogiorno” di - retta da R. Romeo e G. Galasso, e collaboratore assiduo della “Rassegna storica del Risorgimento”, dell'”Archivio storico per le province napoletane”, de “Il ponte” e, soprattutto, di “Nuova antologia”, la prestigiosa rivista fondata da Giovanni Spadolini, dove, ancora di recente, è comparso un suo articolo su Giovanni Nicotera, il terribile (per la sua attitudine repressiva verso la sinistra estrema, che avrebbe con le sue intemperanze potuto ostacolare l'inserimento delle masse nella partecipazione alla vita dello Stato) Ministro degli Interni di origine calabrese dei governi De Pretis, con Franco Volpe, come tutti lo chiamano e lo conoscono, è piacevole fare quattro chiacchiere. Come uomo di scuola, il professor Volpe, è assolutamente favorevole alle iniziative che intende adottare l'attuale Ministro della Pubblica Istruzione, Gelmini, soprattutto per quanto riguarda la reintroduzione della figura del vecchio caro maestro unico ed il ripristino del voto in condotta; è preoccupato, come uomo di cultura, per l'invadenza della televisione, che oltre ad ostacolare la vera conoscenza, gli appare assolutamente diseducativa per la formazione dei giovani; è perplesso, anche per la poca presa che hanno fuori dai confini nazionali, sulla validità dell'attuale schiera di scrittori, letterati, storici, filosofi, giornalisti, dopo la grande stagione di fine '800-primi del '900; è rammaricato per non essere ancora riuscito a portare a compimento le sue ricerche sulla Calabria nella cultura meridionale dal Risorgimento ai primi del sec. XX, perché egli è assolutamente convinto, come del resto lo sono pure io, che dallo studio della nostra storia passata si traggono positivi ammonimenti e utili insegnamenti per il presente. Chiacchierare con il professor Volpe mi riporta alla mente il ricordo di un altro calabrese illustre, (anch'egli, in fondo, amanteano ma solo d'adozione, in quanto era nato ad Altomonte), il compianto prof. Luigi De Franco (scomparso poco più di dodici anni fa ed al quale ero legato da affettuosa amicizia), anch'egli di cultura sterminata ed accomunato a Volpe da quell'ideale di socialismo romantico che, purtroppo, ha finito con l'essere tradito sul piano della prassi, al punto che il partito che a esso si richiamava, oggi è pressoché scomparso, e dall'essere stati entrambi esclusi dal mondo accademico ufficiale, che, come giustamente ha scritto Augusto Placanica, dovrebbe rimproverarsi per “le furberie” per i “riti gretti” cui è ricorso per non coinvolgere nella sua struttura uomini di tal fatta. Il nostro incontro, dopo un breve commosso accenno al padre, scomparso nel 1936 in Africa ad appena 24 anni, e dal quale probabilmente ha ereditato la sua passione per gli studi (il padre, infatti, pur gestore di un negozio di alimentari, da autodidatta si era formato una sua cultura, tanto da essere corrispondente de “Il Mattino” e de “Il Popolo d'Italia”) termina col riferimento compiaciuto che egli fa a quel grande ed eclettico studioso che fu il professor Alessandro Galante Garrone, il quale, per una recensione a una sua opera, lo ringraziò, qualificandola «fra le più belle, intelligenti e generose che mi sia accaduto di leggere», e col ricordo di quegli ebrei che furono reclusi nel campo di concentramento di Ferramonti e che gli consentirono di curare un'apposita pubblicazione che venne inserita nel Bollettino dell'United States Holocaust Memorial Museum.

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