Dopo la Lubich il posto di presidente va a una calabrese nata ad Aiello

Fonte Il Quotidiano della Calabria domenica 13 luglio ’08 pag. 15 (di Andrea Gualtieri)

«Siamo come figli a cui è morta la mamma», disse una signora bassina, col viso tondo e solare e l'accento vagamente calabrese, il 14 marzo scorso, davanti al corpo di Chiara Lubich ricomposto nella bara. Le sue parole furono riprese dalla stampa in tutto il mondo. C'era grande attenzione, in quei momenti, su Rocca di Papa, la località laziale in cui ha vissuto le sue ultime ore la fondatrice del movimento dei Focolari.
Un'idea di quanti si sentissero orfani di un punto di riferimento spirituale la si ottiene sfogliando l'opuscolo mensile che si trova all'ingresso di molte chiese nei cinque continenti: il testo con il messaggio di Chiara Lubich, è scritto in calce al foglio, viene tradotto in 84 lingue e idiomi e raggiunge oltre 14 milioni di persone. Per i funerali di questa donna, coetanea di Giovanni Paolo II, nata in Trentino ma divenuta cittadina del mondo in una notte del 1943, quando, sotto i bombardamenti, scelse di consacrarsi alla spiritualità dell'unità e del dialogo, arrivarono i messaggi dei grandi leader religiosi del pianeta: il papa Benedetto XVI e il patriarca Bartolomeo I e poi l'Arcivescovo di Canterbury, i rappresentanti delle comunità ebraiche, musulmane, indù, buddiste, le guide dei movimenti cattolici ed ecumenici e ancora la pronipote di Gandhi e Frère Roger da Taizé. Nei banchi della basilica di San Paolo fuori le Mura, per la cerimonia funebre celebrata dal segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, c'erano le personalità politiche italiane, di qualunque schieramento e ideologia: il premier dell'epoca, Prodi, e il suo vice, Rutelli, Bertinotti e Pisanu, Fini e la Melandri. E poi c'erano i rappresentanti dei focolarini arrivati da ogni angolo del pianeta e le collaboratrici più strette di Chiara: Eli Coronari, Bruna Tomasi, Silvana Veronesi, Giò Ferruccio. E c'era anche quella signora bassina dall'accento vagamente calabrese, residuo delle sue origini mai rinnegate. Il suo nome è Maria Voce ed è nata il sedici luglio di settantuno anni fa ad Aiello, paesino dell'entroterra cosentino. E' la prima di una nidiata numerosa, Maria: dopo di lei nacquero quattro sorelle e due fratelli. Gisella, la secondogenita di casa Voce, da sei anni si è trasferita a Firenze, ma è lei che tiene più di tutti i contatti con la sorella maggiore. Lunedì scorso stava preparando i bagagli per tornare in Calabria a trascorrere come sempre il periodo estivo, quando ha ricevuto la consueta telefonata serale di Maria. La sapeva impegnata nell'assemblea generale del movimento, il primo raduno dopo la scomparsa della fondatrice. «Hanno scelto me» si sentì dire Gisella dalla sorella. Maria Voce era appena stata eletta presidente del movimento dei Focolari, l'assemblea le aveva affidato il testimone lasciato da Chiara Lubich. «Quando me lo ha riferito ho provato una gioia immensa ma anche la sensazione di una grande responsabilità che pioveva su di lei» commenta Gisella. «Chiara - spiega - veniva per Maria subito dopo Dio: aveva una venerazione per lei». Ne aveva conosciuto il carisma a Roma, dove era arrivata per frequentare l'università. A ventidue anni, Maria entrò nel movimento e ne rimase così folgorata da scegliere, dopo la laurea, di rinunciare a una carriera professionale per consacrarsi a Dio e ai Focolari. Aveva studiato diritto e Chiara non trascurò questo aspetto: le affidò la redazione dello statuto del Movimento, chiedendo a lei e a un magistrato focolarino di metterlo in una forma tecnicamente corretta. Erano anni preconciliari e l'ideale dell'unità e del dialogo non veniva digerito facilmente in alcuni ambienti ecclesiali. Nel 1978, poi, Chiara propose una nuova missione a Maria: per dieci anni la mandò in Turchia, dove la ragazza arrivata dalla Calabria si trovò a stringere contatti con il mondo musulmano e con il patriarcato ortodosso. Ma nonostante gli incarichi di responsabilità, quella della Lubich per Maria non è stata un'investitura. A differenza di don Giussani che indicò Carron come suo erede alla guida di Comunione e liberazione, Chiara non volle designare un successore. Chiese solo a Papa Wojtyla, durante un colloquio divenuto famoso, il permesso di stabilire che, insieme a un copresidente sacerdote che facesse da garante per la Chiesa, il ruolo di presidente dei Focolari fosse riservato sempre a una donna. «Santità, possiamo?» chiese la Lubich. «Magari», raccontano abbia risposto Giovanni Paolo II. E lunedì 7 luglio, dopo una preghiera collettiva - perché tutte le decisioni, per i focolarini, partono da «Gesù in mezzo a noi» - e dopo una lunga discussione che ha permesso di superare la fumata nera con cui si era conclusa la seduta del sabato precedente, l'assemblea composta dai delegati arrivati da tutto il mondo si è trovata unanime nel decidere che la donna che prenderà il posto di Chiara Lubich sarà Maria Voce. Quando le si chiede di ricordare un episodio della sua esperienza insieme alla fondatrice del Movimento, la neo leader racconta: «Un giorno le domandai come facesse a seguire tanta gente e Chiara mi rispose: “Io seguo Dio, gli altri mi vengono dietro”». Lei, Maria, sembra pronta a ripartire da questa formula. Senza ansia. «L'elezione – ci racconta - mi ha dato un'emozione grandissima ma anche tanta pace, perché ho la certezza di non essere sola a portare avanti questa responsabilità. Del resto, la caratteristica del Movimento è proprio la comunione». In questi giorni l'assemblea va avanti: ci sono da eleggere i consiglieri e tutti i delegati dei vari settori. «Ma non è l'inizio di una nuova fase, lo spirito dei Focolari resta sempre lo stesso» precisa Maria. Mancherà Chiara, certo. Ma ci sarà lei, che dopo aver accompagnato la sua amica fino agli ultimi istanti di vita, se ora dovesse chiederle di trasmettere qualcosa in eredità non avrebbe dubbi: «Vorrei avere il suo stesso cuore – confessa - per riuscire ad amare tutte le persone senza limiti e senza preclusioni di ogni genere». Ma c'è anche un'altra eredità che Maria Voce sente di portare con sé in questa esperienza: «So di avere dentro tutta la ricchezza della mia terra d'origine - ci rivela -. Sono tenace come tutti i calabresi e finora questo mi ha sempre aiutato a superare le difficoltà». Si ferma un attimo, Maria Voce, poi aggiunge: «I giovani calabresi dovrebbero aggrapparsi a questa loro tenacia. Se potessi lanciare un appello li inviterei a non scappare dalla loro terra e dalle sue difficoltà. Tutto si può superare se si ha il coraggio di impegnarsi in prima persona e di andare contro corrente, sfidando la violenza e la sopraffazione». I focolarini delle 780 comunità sparse in più di 180 nazioni del mondo hanno trovato una nuova mamma. Ma stavolta è una mamma calabrese.

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