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Intervista dell'Osservatore Romano all'Aiellese Maria Voce, appena eletta presidente del Movimento dei Focolarini

di Giovanni Zavatta

Ricordi, emozioni, speranze. In un’intervista a “L’Osservatore Romano”, Maria Voce, eletta lunedì scorso presidente del Movimento dei Focolari, ripercorre gli anni vissuti accanto a Chiara Lubich e confida che quell’esperienza e il prezioso insegnamento lasciato dalla fondatrice saranno per lei insostituibile guida e punto di riferimento nello svolgimento del nuovo incarico.

Chiara Lubich ha lasciato una pesante eredità. Lei ha dichiarato che a sostituirla sarà un “corpo” di persone - il presidente, il co-presidente, il consiglio generale - per garantire sempre il carisma dell’unità. Quali saranno i primi passi?

È ancora prematuro dare una risposta. I lavori dell’assemblea hanno proprio questo obiettivo: scoprire insieme quali saranno i prossimi passi che ci attendono. Ma siamo solo all’inizio, nella fase delle operazioni di voto e degli adempimenti statutari per la sostituzione e la nomina di alcuni responsabili. Certo è che la profonda esperienza di comunione che stiamo vivendo in questi giorni - non lo nascondo, a momenti sofferta - ci resterà impressa come una nuova presa di coscienza dell’eredità che Chiara ci ha lasciato, il cuore del suo carisma di unità: Gesù stesso che si fa presente, come da lui promesso, quando “due o più sono uniti nel mio nome”. Al momento stesso delle elezioni della presidente e del co-presidente ne abbiamo sperimentato la forza davvero trasformante e la luce che è guida. Ma tutto ciò richiede quell’amore scambievole che non misura, che anzi punta alla misura stessa di Gesù: dare la vita per i propri amici.
È stato necessario perdersi completamente l’uno nell’altro, senza più alcuna idea preconcetta, per ascoltare pienamente quello che lo Spirito voleva suggerirci. Abbiamo compreso in modo nuovissimo la consegna che Chiara ci aveva dato a conclusione dell’ultima assemblea del 2002: “Se dovessi lasciare in testamento un’eredità, lascerei a tutti: Gesù in mezzo a noi, frutto di questo carisma mariano”. Ci ricordava che “il carisma risiede nel “due o più”", e ci chiedeva, prima di ogni altra cosa, di vivere l’amore scambievole con quella misura che “genera” la sua presenza, “perché ci guidi”. Noi - aveva aggiunto - “dobbiamo essere delle persone guidate; se noi non siamo delle persone guidate dallo Spirito Santo non siamo focolarini. Poi, con Gesù in mezzo a noi chissà quello che Lui farà!”. E proprio ora, quando il mondo è attraversato da così gravi tensioni e conflitti, siamo sempre più consapevoli che solo Lui può operare ovunque miracoli di unità.


Per il Movimento dei Focolari, senza più la sua fondatrice, si apre un momento storico inesplorato. Nuovo inizio o proseguimento di una strada già tracciata?

Continuità e novità, senza contrapposizione alcuna. È stata l’esperienza dei sessant’anni con Chiara, trascinati con lei nell’avventura sempre nuova tracciata dalla volontà di Dio che via via si evidenziava, pur sempre radicati nell’ispirazione degli inizi. Ora continuità e novità si presentano nella nuova pagina che si è aperta con la “partenza” di Chiara e con il passaggio del testimone - che sta avvenendo proprio in questi giorni anche con la votazione dei consiglieri - da chi con lei ha dato inizio al Movimento, e che sinora ha condiviso la guida di quest’Opera, a chi è seguito. Ma in verità siamo sempre andati avanti a corpo, partecipando con Chiara, con le prime e i primi focolarini alla creazione e allo sviluppo e alla diffusione del Movimento nel mondo. E ancora oggi, magari in altra forma, coloro che hanno cominciato con lei continueranno ad accompagnarci, perché ci guidi sempre il patrimonio dell’insostituibile ispirazione che Chiara ci ha lasciato.

Qual è la principale sfida che l’attende?

Chiara tracciando l’identikit della presidente ha scritto negli statuti: “Dovrà essere pronta a dare la vita, perché nel Movimento non venga mai meno l’unità” che porta la presenza di Gesù in mezzo a noi. Questa sfida, grande sfida, mi è sempre presente nel nome stesso che Chiara mi ha dato ancora nel 1964: Emmaus, nome che rimanda ai due discepoli in cammino con Gesù. Ricordo quel momento: era come se mi svelasse il mio più vero essere, il disegno di Dio su di me e mi illuminasse il mio passato e il mio futuro. Mi illuminava il passato perché mi richiamava alla mente il momento del mio primo incontro all’università di Roma con un gruppetto di giovani focolarini. Non mi avevano raccontato niente. Ci trovavamo semplicemente alla messa del mattino nella cappella universitaria. Ma io, che ero capitata lì quasi per caso, ero stata calamitata dalla loro unità. L’ho capito dopo: ciò che mi aveva affascinato era Gesù che si fa presente nell’unità. Mi illuminava il futuro, perché ho sentito chiaramente che la mia vita non avrebbe più avuto nessun altro significato se non quello di “generare” la sua presenza. Oggi, il mio compito personale, il mio desiderio più vivo, la mia preghiera, è avere il cuore di Chiara per amare tutti come ha amato lei, con un amore senza limiti né misure.

Lei, avvocato e con studi di teologia e diritto canonico, era accanto a Chiara nel suo recente impegno per l’aggiornamento degli statuti generali dell’Opera di Maria. Che esperienza è stata?

È stato partecipare al lavoro di una creatura, scelta da Dio quale suo strumento per donare alla Chiesa e all’umanità un nuovo carisma. Nel continuo attento ascolto dello Spirito Santo, Chiara trasferiva tutto il contenuto di quel dono in brevi formule giuridiche, per delineare e presentare l’opera che da esso è nata e che solo lei che l’ha generata conosceva nelle sue più intime fibre. Negli ultimi anni, si aggiungeva l’urgente desiderio di un aggiornamento che desse diritto di esistenza agli sviluppi più recenti di questa pianticella che si era venuta arricchendo di nuovi abbondanti frutti.
Coinvolta in questo lavoro, ho visto Chiara indicare cammini da percorrere e mete da raggiungere, particolarmente attenta a lasciare ogni possibile apertura, con lo sguardo fisso alla fratellanza universale, e sempre partendo dalla vita concreta. Non capiva come si potesse pensare alle norme in astratto. Tutto in lei era vita e ogni norma nasceva dalla vita e doveva essere capace di generare vita.
Voleva che ogni particolare degli statuti fosse segno e frutto di quella comunione che è alla base di tutta la vita di quest’Opera e che è posta come premessa di ogni altra regola. Da qui l’ampia consultazione e l’ascolto attento di ogni suggerimento, pur con la chiara coscienza di essere l’unica che poteva garantire la corrispondenza delle norme alla ispirazione originaria e descrivere, definire, tratteggiare quella fisionomia che avrebbe distinto la sua creatura. Questa coscienza si univa ad un amore appassionato per la Chiesa che Chiara ci ha trasmesso e dalla quale accoglieva con infinita gratitudine ogni suggerimento. Avvertiva l’importanza di questo lavoro di definizione, quasi di cesello, che l’approvazione della Chiesa ha suggellato e impreziosito, a garanzia del carisma per i secoli futuri. “Bisogna radicare bene l’Opera negli statuti - diceva riferendosi a quando lei non ci sarebbe più stata - perché gli statuti ti dicono cosa fare, ti butti nella vita e torna la gioia, torna la sicurezza, torna la felicità”. Quella sicurezza e quella felicità che lei ci ha testimoniato anche per l’ultima approvazione - il 15 marzo 2007 - a cui rispondeva con il più deciso impegno: “La Chiesa ci vede così, dobbiamo essere così”.

“Comunione e Diritto”, rete di esperti nel campo della giustizia, e la “Scuola Abbà”, centro studi interdisciplinare, sono due organismi dei Focolari che lei conosce bene. Conoscenza, cultura, formazione: sono queste le basi della riconciliazione e della pace?

Vorrei ancora rispondere con un’esperienza. Faccio parte della Scuola Abbà dal 1995, da quando Chiara ha allargato il gruppo di studiosi, cominciando a includervi discipline non solo teologiche. Mi ha chiamato a farne parte proprio per il diritto. Il primo impatto è stato l’esperienza di un’unità tutta nuova di anima e di mente, con Chiara e fra tutti noi, sempre rinnovata da un patto di amore scambievole vissuto con profondità mai immaginata, esigentissima e nello stesso tempo gioiosa e luminosa. In questo clima è cominciata anche per me l’immersione nella luce delle pagine scritte da Chiara nel 1949, in un periodo di particolare esperienza mistica, in cui da sempre aveva intuito esservi la fonte anche per il rinnovamento di politica ed economia, arti e scienze.
La vita nella scuola Abbà mi chiedeva di spostare tutto di me, anche le mie categorie giuridiche, per essere un nulla di amore che costruisce l’unità. Quando mi buttavo con tutta me stessa ad ascoltare quanto emergeva in teologia, in scienze, in matematica, in sociologia o in qualunque altra scienza, avvertivo che vivevo la giustizia, perché vivevo una relazione ordinata e armonica. A un certo punto mi è apparso evidente ciò che Chiara mi aveva detto un giorno: “Non basta la democrazia per fare un diritto nuovo, ci vuole la Trinità”. Ci vuole cioè l’esperienza di un sistema di relazioni reciproche basate sulla dinamica trinitaria, sul continuo e totale farsi nulla d’amore l’uno per l’altro, l’uno nell’altro, che conduce a edificare quella società perfetta dove non si vive senza legge, perché la legge è quella dell’amore.
Ciò che più mi affascina in questa visione del diritto è questa sua nuova dignità di mezzo indispensabile per contribuire a creare la comunione nella certezza che se si attua la relazione trinitaria si possono comporre tutti i dissidi, le controversie, le rivendicazioni. Si compongono in unità concetti che paiono contrapposti: individuo e comunità; giustizia e misericordia. Questa luce mi ha svelato in modo nuovo quanto è forte il capovolgimento portato da Gesù. Quante volte nel Vangelo ricorre il concetto di liceità, spesso sotto forma di domanda rivolta a Gesù, o a volte da lui rivolta ai suoi interlocutori. E pur nel pieno rispetto delle prescrizioni della legge di Mosè si vede come la maggiore giustizia richiesta da Gesù ai suoi è opera di riconciliazione, di amore, che ha come fine la comunione con Dio e con i fratelli.

Ecumenismo e dialogo interreligioso. Lei ha vissuto in Turchia per dieci anni e ha avuto stretti rapporti con il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo i, e con rappresentanti di altre Chiese cristiane e del mondo musulmano. Quanto è ancora lungo il cammino verso l’unità, verso una reale, veritiera condivisione dei valori che accomunano le differenti fedi?

Penso che al di là degli aspetti conflittuali evidenziati da tanta cronaca, molte sono le forze in atto che tendono alla condivisione dei valori, alla fraternità e, per quanto riguarda il cammino delle Chiese cristiane, alla piena e visibile unità. Per esperienza personale e dell’intero movimento, posso dire che via privilegiata e insostituibile per accelerare questo cammino è un dialogo sostanziato di apertura, di quell’amore che spinge a capire l’altro fin nel profondo, sino a penetrare nel suo modo di pensare e di agire, senza sincretismo o proselitismo. Un amore che esige di non fermarsi ai limiti posti dalla diversità di cultura, di religione, di visione del cristianesimo, ma di avere la disposizione anche di perdere qualcosa di noi, perdita che sempre poi si rivela un guadagno, un arricchimento. Questa cultura suscita l’accoglienza reciproca e apre vie nuove.

su L’Osservatore Romano del 10-11 luglio 2008

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